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I social media per la cultura. Una risorsa per la crescita

Si è svolto ieri, 27 febbraio 2013 a Palazzo Strozzi, il workshop “I social media per la cultura. Una risorsa per la crescita”. Riportiamo un report di quest’evento, così carico di spunti di riflessione e di veri e propri insegnamenti per noi che stiamo ancora muovendo i primi passi nel mondo della social media communication.

Palazzo Strozzi a FIrenze, sede del workshop "I social media per la cultura"

Palazzo Strozzi a FIrenze, sede del workshop “I social media per la cultura”

Dopo la presentazione di Carlo Arborio Mella, presidente di CAM Art Consulting, prende la parola il presidente della Fondazione Florens Giovanni Gentile il quale, ricordando la recente esperienza di Florens 2012 come importante iniziativa per coniugare beni culturali ed economia, sottolinea come la cultura sia stata negli ultimi mesi (prima, certo, della campagna elettorale) al centro di un dibattito che proprio nei social network ha trovato il suo veicolo principale. I social media al servizio della cultura, dice Gentile, oggi di fatto possono creare il salto di qualità per creare un impatto nell’opinione pubblica.

Ad Andrea Maulini spetta il compito di riassumere le leggi che regolano la comunicazione online e che hanno alla base il Cluetrain Manifesto, documento arcinoto agli esperti di social media communication: 95 tesi, redatte già nel 1999, quando ancora il web 2.0 non esisteva; tra i concetti principali, si sottolinea che internet permette conversazioni più estese che con i media tradizionali; un altro concetto è quello dello scambio della conoscenza; quindi che le aziende entrano nel mercato comunicando direttamente con i mercati; infine che il mercato è degli utenti e che le aziende che restano fuori da questa comunicazione sono tagliate fuori per sempre. Se sostituiamo alle aziende coloro che si occupano di cultura, musei nel nostro caso, ecco che le 95 tesi del manifesto si possono adattare tranquillamente alla comunicazione culturale. Ed è tanto più importante stabilire una comunicazione culturale che passi per la rete in quanto il pubblico della cultura è online! Quasi l’85% degli italiani che fruisce di cultura è su internet. È dunque questo pubblico che bisogna raggiungere. Ancora un concetto che suona più come uno slogan: less is more, ovvero, nei social network, come facebook, è meglio scrivere testi chiari, concisi, comprensibili ed essenziali, inserire immagini ben definite e originali e video brevi. Online si possono creare relazioni e interazioni ad una scala mai vista, sviluppare promozione, coinvolgere direttamente gli utenti e creare partecipazione, sfruttare insomma le potenzialità della comunicazione.  La finalità è quella (e la terminologia è ancora una volta presa a prestito dal marketing) di informare, promuovere, vendere e consolidare il proprio brand reputation, la reputazione. La reputazione di fatto è la notorietà, l’immagine che si dà, il consenso che si ottiene. I social media importanti per la cultura sono Facebook, Twitter, Youtube; social media potenziali sono invece Instagram, Pinterest, Foursquare. All’interno di un sistema social ogni social network, e il sito web o blog di partenza, ha un ruolo: facebook è centrale, in quanto annuncia, promuove, guida; twitter consiglia e ricorda, youtube è un canale video efficace, così come pinterest e flickr costituiscono una mostra e un archivio fotografico importanti, mentre il sito/blog informa e approfondisce.

I relatori del workshop: M. Pignatelli, A. Korey, E. Bettinelli, A. Maulini, C.A.Mella, G. Gentile e M. Brighenti. Credits: Flod

I relatori del workshop: M. Pignatelli, A. Korey, E. Bettinelli, A. Maulini, C.A.Mella, G. Gentile e M. Brighenti. Credits: Flod

Matteo Brighenti, di Fabbrica Europa, dice una verità fondamentale: i nuovi media non hanno cambiato COSA comunichiamo, ma COME comunichiamo. Centrale nell’attività di Fabbrica Europa, ma poi per qualunque ente culturale proiettato nel web 2.0, è l’interazione con il pubblico e la comunicazione 2.0 dev’essere un mezzo, non il fine, un ponte gettato tra l’utente e l’esperienza fisica dell’evento culturale che viene comunicato tramite social media.

Giovanni Vitali del Maggio Musicale Fiorentino fa riflettere sul fatto che nonostante la stragrande maggioranza degli utenti della rete che seguono il teatro del Maggio su social network sia relativamente giovane, il pubblico tipico che si reca a teatro continua ad essere ultra sessantacinquenne: la sfida proposta dai social network è allora proprio quella di abbassare l’età media, spingendo gli utenti della rete a recarsi fisicamente a teatro.

Elena Bottinelli parla di Palazzo Strozzi, che già di per sé, nell’esperienza fisica della visita alle varie mostre che periodicamente organizza, ha insiti in sé i caratteri di socialità e di digitale (con la creazione, tra l’altro, di app che escono dal palazzo e fanno conoscere Firenze). Importante, a Palazzo Strozzi, è stata la creazione di un team interno dedicato ai social media che periodicamente si aggiorna, per stare dietro alla continua evoluzione dei mezzi di comunicazione online.

Alexandra Korey di Flod parla dell’esperienza di Florens 2012 come evento che ha avuto successo proprio perché basato su una strategia social vincente: aver invitato 7 blogger da varie parti del mondo a parlare di Florens ha permesso la più ampia diffusione in rete dell’evento; il coinvolgimento spontaneo, poi, di molti altri blogger e di partecipanti alla manifestazione, ha contribuito ulteriormente a dare risalto all’evento, merito anche di twitter e del livetwitting in corso durante le tavole rotonde, e dello spontaneo svilupparsi del tag #florens2012 su instagram. In conclusione, dice la Korey, per un engagement social di successo serve la conoscenza degli strumenti social e il loro uso corretto, la competenza sugli argomenti (che nel caso degli argomenti culturali è un imperativo categorico e deve venire prima di ogni altra cura), la traduzione dei contenuti in un linguaggio adatto al mezzo, creatività e impegno giornalieri, competenza linguistica per puntare ad un pubblico internazionale.

La sala gremita di pubblico durante il workshop "I social media per la cultura". Credits: Flod

La sala gremita di pubblico durante il workshop “I social media per la cultura”. Credits: Flod

Infine Melissa Pignatelli, blogger autrice de La Rivista Culturale, chiude il workshop con un discorso teorico illuminante e appassionato sul concetto di cultura nell’era del web 2.0: la cultura è un sapere da trasmettere e le nuove tecnologie sono un’infrastruttura da utilizzare per farlo circolare; blog e social media sono dunque strumenti ai quali adattare i contenuti di qualità. La Pignatelli spiega il perché di un blog culturale: per trasmettere le scienze sociali e umanistiche ad un pubblico di non specialisti. E qui fa una dichiarazione che mi trova d’accordo: gli Universitari, gli Accademici, devono diffondere la cultura, perché questo è lo scopo del fare ricerca. I social media sono un linguaggio che chi detiene la conoscenza deve imparare se vuole comunicare con le nuove generazioni, quei nativi digitali che ormai non guardano più la TV né leggono la carta stampata. Stiamo vivendo una rivoluzione culturale la cui portata sembrerebbe essere pari all’invenzione della stampa da parte di Gutemberg. Infine, sottolinea la Pignatelli, i social media hanno un effetto amplificatore, e spesso creatore, sul dibattito culturale e politico e pertanto, se proficuamente utilizzati, la cultura può essere inserita e mantenuta nel dibattito pubblico, in quanto essi si stanno ormai configurando come i luoghi dai quali passa oggi la formazione dell’opinione pubblica.

Il workshop si è rivelato dunque ricco di spunti e di idee per noi del museo di Venezia che giornalmente affrontiamo la sfida della comunicazione online con il pubblico della rete, sperando che esso diventi un pubblico reale del nostro museo. Il fine della nostra attività online è infatti quello di promuovere il museo e di valorizzarne la collezione, ma al tempo stesso di creare una community attiva con la quale interagire. Perché la comunicazione online non dev’essere un rapporto unilaterale che dal museo arriva agli utenti esaurendo così la sua funzione, ma dev’essere un dialogo con voi tutti, che ci seguite sempre più numerosi.

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