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Visitando il Padiglione di Cuba all’Archeologico…

Il Museo Archeologico Nazionale di Venezia ospita il Padiglione della Repubblica di Cuba per la 55° Biennale d’Arte. Un’occasione unica per veder dialogare insieme l’arte contemporanea con l’arte antica in un contesto di tutto rispetto, quale è la Biennale d’Arte, per l’appunto.

Fin dal titolo, “La perversión de lo clásico: anarquía de los relatos”, si rivela l’intenzione di dialogare con l’antico, con l’archeologia intesa come qualcosa di solenne e ormai statico, espressione della cultura occidentale, in contrapposizione con il dinamismo e la voglia di riscatto sociale che Cuba esprime attraverso gli artisti chiamati a rappresentarla. Ma per meglio raccontarvi in quale modo le installazioni e le opere degli artisti dialogano con le opere d’arte antica esposte nelle sale dell’Archeologico è inutile parlare in astratto dei significati delle singole opere, mentre mi sembra più opportuno, piuttosto, raccontarvi la mia esperienza di visita. Certo, si tratta di un parere da persona che non se ne intende, da visitatore, ma se vi va, venite con me a visitare il Padiglione di Cuba all’Archeologico di Venezia.

Una sala del museo nel suo allestimento in compresenza con il Padiglione di Cuba per la 55 Biennale d'Arte di Venezia

Una sala del museo nel suo allestimento in compresenza con il Padiglione di Cuba per la 55 Biennale d’Arte di Venezia

L’inizio è di forte impatto: fin dalla sala d’accesso, che funge da passaggio tra le sale del Museo Correr e il Museo Archeologico Nazionale, si avverte un mix di rumori, voci e suoni: fanno parte dell’installazione, di forte impatto visivo e sonoro, di María Magdalena Campos-Pons & Neil Leonard dal titolo 53+1=54+1=55. Nel centro della sala una serie ingombrante di gabbie, contenenti ciascuna un piccolo schermo che trasmette ossessivamente una scena: un volto femminile che si trasforma, persone che camminano in una strada di Cuba, gente che canta, gente che parla ad alta voce, uomini e donne della Cuba contemporanea, viva e vitale. Il contrasto è immediato ed evidente con i busti di imperatori romani (e, unica donna, la madre dell’Imperatore Claudio) che adornano le pareti della sala. Con i vari Vitellio, Adriano, Traiano, Caracalla, fermi e solidi, solenni nei loro sguardi fissi scolpiti nel marmo, si stabilisce allora una relazione che è un confronto con i volti della gente comune della Cuba contemporanea, che è quanto di più lontano si possa immaginare dalla tradizione e dalla cultura classica.

Un particolare di 53+1=54+1=55 di Maria Magdalena Campos-Pons & Neil Leonard

Un particolare di 53+1=54+1=55 di Maria Magdalena Campos-Pons & Neil Leonard

A seguire, nella sala dei Galati e di Ulisse (copie romane di originali greci ellenistici) il Marrano che gira e la Stella di giavellotti di Gilberto Zorio sono simboli l’uno di movimento ribelle, l’altra di forza simbolica del cosmo, legati allo spirito dell’uomo che affronta l’infinito. Così la Stella di giavellotti che pende proprio sopra la statuetta di Ulisse costituisce un’immagine particolarmente potente ed evocativa del mito.

La stella di giavellotti di Gilberto Zorio sovrasta la statuetta di Ulisse

La stella di giavellotti di Gilberto Zorio sovrasta la statuetta di Ulisse

Hermann Nitsch, Shuttbild, fa ad quinta al gruppo scultoreo di Dioniso e Satiro

Hermann Nitsch, Shuttbild, fa ad quinta al gruppo scultoreo di Dioniso e Satiro

Nella sala successiva nuovamente si stabilisce un bel dialogo tra le opere d’arte antica e quelle di arte contemporanea: una tela di Hermann Nitsch, Schüttbild, completamente rossa ad evocare il sangue, che rimanda alla sfera del rituale, del sacrificio, della passione, dialoga perfettamente con il gruppo scultoreo di Dioniso e Satiro e con l’Ara Grimani, sui cui lati si trovano rilievi che rimandano al mondo dionisiaco. Sia cromaticamente che simbolicamente il legame tra arte antica e contemporanea qui si stabilisce, così come, sulla parete accanto, una grande tela di Francesca Leone che rappresenta un volto che sembra prendere forma dalla terra, è perfettamente inquadrata dalle teste di marmo di epoca romana.

Francesca Leone, Flussi Immobili A, 2012

Francesca Leone, Flussi Immobili A, 2012

Nella sala successiva, che ospita i busti delle divinità del mondo greco e romano, in particolare Atena/Minerva, oltre ad una statua di Apollo Licio e di una Nike, si colloca l’installazione di Glenda León, La Música de las esferas. Le luci sono soffuse, qui, una musica ancestrale composta di note lente e limpide rapisce la mente e vorrebbe riportarci alle origini della civiltà occidentale.

La piccola sala successiva, che ospita statuette di divinità femminili, è stata scelta per i video di Pedro Costa Minino Macho – Minino Fêmea. Scene quasi statiche, volti muti e solenni, dietro i quali, però, si nascondono storie di povertà e di discriminazione. Nella penombra della sala, le sculture greche e romane sono spettatrici silenziose di storie ancora più silenziose.

""Minino Macho - Minino Femea", Pedro Costa 2006

“”Minino Macho – Minino Femea”, Pedro Costa 2006

Nella sala successiva un cactus all’interno di una gabbia è il protagonista dell’opera C’est la vie di H.H. Lim: il cactus simboleggia la resistenza di Cuba in rapporto al contesto sociale, economico e politico globale; il cactus che sopravvive nel deserto, simboleggia una via controcorrente, quella di Cuba; ed è un organismo vivo, che cresce giorno dopo giorno, in mezzo ad una serie di statue di divinità greche e romane, per sempre fisse, scolpite nel marmo.

Il percorso museale prosegue, altre sono le opere e le installazioni che si incontrano nelle sale. Mi soffermo sull’installazione di Wang Du, che con Image Absolue ha riempito il pavimento una sala con 30 busti di Osama Bin Laden, tutti uguali, tutti ossessivamente ripetuti, spersonalizzati, che dialogano con i busti romani alle pareti, ritratti che sono di volta in volta onorari, pubblici, privati, ideali, appartenenti a personaggi reali oppure a dei ed eroi.

Wang Du, Image Absolue,  2011

Wang Du, Image Absolue, 2011

Infine, la sala didattica del museo ospita l’opera di Lázaro Saavedra il quale sistema su 3 piedistalli altrettanti reperti, se così li vogliamo chiamare, provocatori, naturalmente, in quanto egli si interroga sulla legittimazione dell’artista, come dimostra la grande scritta sulla parete, che dice “Ho esposto alla Biennale di Venezia”. Il piedistallo centrale sorregge una testa di Karl Marx che sembra a tutti gli effetti in marmo, come se fosse un busto antico come i tanti esposti qui in museo; un occhio di Marx, però, sembra strappato, al suo posto una chiazza rossa che vuole sembrare carne viva. L’installazione si completa poi con altri elementi che da un lato strizzano l’occhio all’arte antica e ai suoi musei, dall’altro giocano in maniera provocatoria con il ruolo e il riconoscimento dell’artista contemporaneo.

L'opera di Lazaro Seevedra nella sala didattica del Museo

L’opera di Lazaro Seevedra nella sala didattica del Museo

L’arte contemporanea, nelle sue numerosissime e variegate manifestazioni, non è sempre facile da leggere, interpretare e apprezzare. Anzi, le chiavi di lettura sono spesso e volentieri difficili da cogliere per un pubblico di non addetti ai lavori. Inoltre, poi, non è sempre facile cogliere il legame con il luogo in cui le opere e le installazioni sono poste. Sempre più spesso si assiste alla volontà di unire insieme arte contemporanea e arte antica. Al Museo Archeologico Nazionale di Venezia questa unione è fattibile perché fin dai tempi in cui i Grimani raccoglievano originali greci e busti e statue romane, al tempo stesso collezionavano opere del pittore Hyeronimus Bosch, che nel 1500 era senz’altro da ritenersi un artista contemporaneo! Se ci inseriamo in quest’ottica, allora, vediamo che unire insieme arte antica e arte contemporanea può portare a degli esiti interessanti, e anche se magari non si riesce a cogliere il significato dell’opera contemporanea (comunque per ogni artista in sala c’è una spiegazione che chiarisce il concetto espresso dall’opera), almeno visivamente si potrà cogliere il dialogo che si instaura di volta in volta tra le statue e i busti di marmo, testimoni della tradizione classica che è alle fondamenta della nostra cultura occidentale, e che ci parlano di un passato ormai remoto fatto di imperatori, di miti e di dei, e le installazioni degli artisti del Padiglione di Cuba, che puntano a sovvertire i canoni della cultura classica e a reinterpretarli in chiave contemporanea, portandoli e smembrandoli in una realtà, quella di Cuba, che con i canoni della cultura classica ha ben poco in comune. Chi non se ne intende, o attraversa distrattamente le sale, potrà notare che alcune installazioni si sposano particolarmente bene, anche solo visivamente, con le opere d’arte antica; chi invece visita appositamente il Padiglione di Cuba potrà apprezzare come un dialogo tra arte antica e arte contemporanea sia possibile.

Maria Magdalena Campos-Pons & Neil Leonard, 53+1=54+1=55 nella sala dei busti di imperatori

Maria Magdalena Campos-Pons & Neil Leonard, 53+1=54+1=55 nella sala dei busti di imperatori

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