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A Carnevale… ogni maschera vale!

Carnevale al Museo Archeologico Nazionale di Venezia

Carnevale al Museo Archeologico Nazionale di Venezia

Sì, è vero, le maschere del Carnevale sono ben altre, e qui a Venezia lo sappiamo bene. Però… ci sono maschere e maschere. Quelle classiche del Carnevale le conosciamo bene, e Venezia in questi giorni è una meraviglia di colori, di fantasie, di vivacità nei travestimenti. Ma la parola “maschera” indica anche un altro tipo di oggetti. Se le maschere del carnevale italiano storicamente si identificano con i personaggi della Commedia dell’Arte, e al giorno d’oggi nel linguaggio parlato e colloquiale indicano ormai soltanto la mascherina che nasconde il volto o gli occhi, nell’antichità le maschere si identificavano col Teatro. Nella fattispecie erano indossate dagli attori del teatro comico e tragico sia greco che romano ed erano caratterizzate da una bocca enorme che dava loro quell’aspetto grottesco che noi tutti conosciamo, ma che serviva da cassa di risonanza per far arrivare la voce anche ai gradoni più alti della cavea, gli spalti del teatro greco (e poi romano).

Come potete immaginare, al Museo Archeologico Nazionale di Venezia non troverete né Arlecchino né Colombina o Pantalone, ma proprio le maschere tragiche del teatro greco e poi romano. Vogliamo vederle insieme?

La prima maschera è tenuta in mano da una statua di cariatide, identificata con la musa Melpomene. Si data al II secolo d.C., dunque è una rielaborazione romana da un modello greco classico. La musa è vestita di un lungo chitone a maniche e di un pesante himation, le cui pieghe ondulate contrastano con le minute linee parallele del panneggio della veste sottostante. Nella mano destra tiene una maschera tragica ed è proprio quest’attributo che permette di identificarla con Melpomene, la musa personificazione della tragedia. Questa cariatide, di cui non è nota la provenienza, poteva avere avuto nell’antichità un utilizzo come sostegno architettonico in un teatro: il retro della statua, infatti, è reso sommariamente. Le muse, e in particolare Melpomene, in quanto musa della Tragedia, e Thalia, musa della commedia, adornavano spesso i teatri del mondo romano. Anche se l’iconografia delle 9 muse nasce in ambiente greco, è nella Roma imperiale che esse hanno grandissima fortuna, adornando non solo i teatri, ma anche le ville dei ricchi romani, in quanto ispiratrici di quell’otium che piaceva tanto agli intellettuali, ovvero del tempo speso lontano dagli affanni della vita cittadina a rinfrancar lo spirito nelle attività d’intelletto. Statue di muse adornavano gli Horti di Mecenate, ad esempio…

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Statua di Cariatide (Musa Melpomene), II secolo d.C., Venezia, Museo Archeologico Nazionale

La seconda maschera, nuovamente di età romana, della seconda metà del II secolo d.C., rappresenta il dio Pan, riconoscibile dalle orecchie appuntite, dalle piccole corna sulla fronte e dalla lunga barba caprina. Ha i capelli a grosse ciocche scomposte, gli occhi sbarrati e la bocca spalancata, e doveva essere l’elemento decorativo di un sarcofago, secondo un uso molto diffuso nella Roma imperiale, o di un’architettura monumentale.

Trattandosi di una rappresentazione di Pan, questa è una maschera comica, quindi rappresenta il teatro comico, cui faceva capo la musa Thalia. Solitamente le maschere, quando non sono mere decorazioni, sono associate alla propria musa oppure a qualche illustre poeta o autore dell’antichità: sono note ad esempio rappresentazioni del poeta Menandro che regge una maschera comica.

Maschera di Pan, II secolo d.C.

Maschera di Pan, II secolo d.C., Venezia, Museo Archeologico Nazionale

E con le nostre maschere di teatro, anche se nulla hanno a che fare con le maschere del Carnevale, vi auguriamo, per l’appunto, buon Carnevale. E se, passando da Piazza San Marco, stanchi delle solite maschere, volete vederne di nuove, anzi di antiche, venite a trovarci!

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