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Cesare e Augusto vi augurano buon anno (e vi raccontano la storia del calendario)

Il Museo Archeologico Nazionale di Venezia vi augura buon anno! Lo facciamo a nostro modo, attraverso i volti e le imprese di alcuni protagonisti del nostro percorso museale. In particolare i nostri Giulio Cesare e Ottaviano Augusto ci tenevano a farvi personalmente gli auguri e soprattutto a consigliarvi nella scelta del calendario per il 2015. Il calendario direte voi? Ebbene sì, perché entrambi, Giulio Cesare prima e Augusto poi, rivoluzionarono ai loro tempi il calendario romano, mettendo a punto un sistema che, con le dovute modifiche, fino ad arrivare al calendario Gregoriano, è alla base del calendario attuale. E tra l’altro, secondo voi, da cosa derivano i nomi dei mesi Luglio e Agosto?

Ma introduciamo intanto i nostri protagonisti: Giulio Cesare, per cominciare, uomo figlio di Roma, che vantava tra gli antenati nientepopodimenoché Enea e Venere (il figlio dell’eroe Enea, a sua volta figlio di Venere, si chiamava Ascanio o Iulo), cui però stava stretto quell’ordinamento proprio della Repubblica secondo il quale le massime cariche dello Stato, due consoli in carica per un anno, dovevano attenersi alle decisioni del Senato. Lui preferiva la gloria individuale al dover sottostare a vetuste regole (fatte apposta per evitare che a Roma tornassero i Re). Il popolo lo adorava, i Senatori meno, e così fu ucciso, alle Idi di Marzo del 43 a.C. da un folto gruppo di cospiratori che pensavano così di aver interrotto la tremenda sequela di personaggi e condottieri che nel corso dell’ultimo secolo si erano creduti in grado di poter sovvertire l’ordine costituito e di arrivare al potere assoluto: il I secolo a.C. si era aperto infatti con Caio Mario, cui aveva fatto seguito Lucio Cornelio Silla, dopodiché Pompeo ci aveva provato, un po’ più in sordina perché subito offuscato dalla buona stella di Cesare, e Giulio Cesare appunto.

Eccolo Giulio Cesare, in questo ritratto all’antica del Museo Archeologico Nazionale di Venezia: il ritratto, eseguito in età rinascimentale da Simone Bianco, è la spia della grande fortuna che il grande condottiero ebbe nel Rinascimento: fortuna che non si limitò solo a leggere le fonti letterarie e quindi a conoscerne le imprese, ma che volle crearne un vero personaggio, un simbolo di virtù eroiche e politiche. Se William Shakespeare lo fece diventare un mito letterario, Simone Bianco in Italia contribuì alla fortuna e diffusione del ritratto di Cesare, dal quale traspariva sempre, così come nel ritratto di Venezia, la consapevolezza del proprio potere. Il nostro ritratto, appartenente alla collezione di Giovanni Grimani, nucleo fondante della collezione del Museo, è realizzato nel pieno Cinquecento: Simone Bianco era noto al Vasari e al pittore Pietro Aretino, ed era apprezzato da Tiziano Vecellio e dal Sansovino: un curriculum di tutto rispetto, dunque.

ritratto di Giulio Cesare, di Simone Bianco, Venezia, Museo Archeologico Nazionale

ritratto di Giulio Cesare, di Simone Bianco, Venezia, Museo Archeologico Nazionale

La morte di Cesare non calmò le acque, anzi. Il suo più appassionato seguace, Marco Antonio, e il suo figlio adottivo, Cesare Ottaviano, dapprima alleati, poi nemici, condussero una spietata vendetta contro i cesaricidi, i cospiratori che avevano osato pugnalare Cesare. Dopo aver fatto piazza pulita degli oppositori, Marco Antonio e Ottaviano si rivolsero l’uno contro l’altro. Alla fine di una lunga e sanguinosa guerra civile che vide opposte le due opposte fazioni  in Italia e al di fuori, con la battaglia navale di Azio nel 31 a.C. Ottaviano sancì la definitiva vittoria, segnando un cambiamento epocale nel corso della storia da lì in avanti. Anche Ottaviano ambiva al potere assoluto. Rispetto al suo padre adottivo, però, seppe manovrare talmente bene il Senato e l’opinione pubblica che riuscì laddove i suoi predecessori avevano fallito: è proprio Ottaviano Augusto, ormai imperatore, che lo racconta, nelle sue Res Gestae: “Nel mio sesto e settimo consolato, dopo aver sedato l’insorgere delle guerre civili, assunsi per consenso universale il potere supremo, trasferii dalla mia persona al senato e al popolo romano il governo della repubblica. Per questo mio atto, in segno di riconoscenza, mi fu dato il titolo di Augusto per delibera del senato e la porta della mia casa per ordine dello Stato fu ornata con rami d’alloro, e una corona civica fu affissa alla mia porta, e nella Curia Giulia fu posto uno scudo d’oro, la cui iscrizione attestava che il senato e il popolo romano me lo davano a motivo del mio valore e della mia clemenza, della mia giustizia e della mia pietà. Dopo di che, sovrastai tutti per autorità, ma non ebbi potere più ampio di quelli che mi furono colleghi in ogni magistratura.” (Res Gestae Divi Augusti, 34). Nel 27 a.C. il Senato conferisce ad Ottaviano il titolo di Augusto: da questo momento in avanti la storia di Roma, e del mondo, cambia per sempre, inizia il vero e proprio Impero Romano.

Ritratto di Augusto velato capite

Ritratto di Augusto velato capite, I secolo d.C., Venezia Museo Archeologico Nazionale

Ecco il nostro Cesare Ottaviano Augusto: velato capite, ovvero ritratto con il capo velato, nel suo ruolo di Pontefice Massimo o nell’atto di officiare qualche rito sacro. Era proprio in qualità di pontefice massimo che Augusto, e prima di lui Giulio Cesare, aveva potuto apportare delle modifiche al calendario: il pontefice massimo era infatti la figura preposta alla gestione del calendario. Giulio Cesare ne aveva approntato una modifica nel 46 a.C., ma quella definitiva la portò a compimento Augusto. Il calendario romano non è di facilissima lettura; era scandito in ricorrenze fisse, mese dopo mese: le Calende il primo giorno del mese, le None il 7° giorno del mese, le Idi il 15° giorno; vi erano poi i giorni Fasti, corrispondenti ai feriali, e i Nefasti, i corrispondenti dei festivi. E’ al calendario di Giulio Cesare che si deve l’introduzione del giorno bisesto ogni 4 anni, che fu introdotto a fine febbraio (e lì è rimasto) perché nel calendario romano l’anno iniziava a marzo.

Riproduzione del calendario romano

Rispetto all’uso, nel calendario Giuliano, di riportare esclusivamente feste legate alle divinità, i Fasti (termine con cui nel mondo romano si indicano i calendari, proprio dalla parola “fasto”, giorno in cui non esisteva nessuna controindicazione religiosa per la trattazione degli affari) diventano con Augusto dal 12 a.C. anche uno strumento di propaganda della figura del princeps. Il cambiamento porta con sé l’introduzione di nuovi riti influendo anche nella riorganizzazione della città con nuove cerimonie in spazi civici e monumenti pubblici. Inoltre, Augusto dà al mese Sestile il proprio nome, Agosto, che si va ad affiancare al mese di Luglio, Quintile, cui già era stato attribuito il nome di Giulio Cesare. Augusto sceglie Sestile come “proprio” mese, perché gli era sempre stato un mese particolarmente fortunato, così come racconta lo storico Svetonio.

Speriamo, con questo racconto, di avervi incuriosito sulla storia del nostro Calendario. Passeranno secoli prima che qualcuno rimetta mano al Calendario: lo farà papa Gregorio XIII nel 1582, ma la modifica sarà minimale, e di fatto è il calendario in vigore ancora oggi.

Se volete saperne di più, e ne avete l’occasione, vi consigliamo di visitare la mostra Rivoluzione Augusto, al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme, dedicata proprio alla riforma augustea del calendario. Buon anno a tutti!

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